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Bèriou e brenve, rocce e larici a Champorcher

Mappa dell’itinerario

Statistiche dell’itinerario

Lunghezza16km
Dislivello1090m D+
Durata8h
Stagioniautunno, primavera, estate
Mezzoa piedi
Difficoltàimpegnativo
Scarica Itinerario GPX

Panoramica dell’itinerario

L’itinerario si svolge nel bosco, nella parte bassa, e su pendii esposti a nord-est nella parte alta: è dunque piuttosto fresco in tutte le stagioni dell’anno – va evitato in presenza di neve, perché attraversa pendii esposti alle valanghe. Si tratta di un itinerario di un certo impegno per via della sua lunghezza, ma si sale gradualmente, ed eventualmente è possibile, percorrendo l’itinerario in senso inverso, superare circa 500 metri di dislivello in funivia (da Chardonney a Laris). I sentieri e le strade sono facilmente percorribili, e laddove la traccia tende a perdersi è sufficiente cercare le indicazioni gialle. 

Per raggiungere Champorcher

I comuni della Valle di Champorcher sono collegati a Verrès e a Pont-Saint-Martin (dove è possibile arrivare in treno o in autobus da Torino, da Ivrea o da Aosta) dagli autobus della compagnia V.I.T.A, che prevedono indicativamente 4/5 corse al giorno in entrambe le direzioni. La fermata più comoda per l’itinerario proposto è quella di Le Mellier: da qui in breve si scende fino al Torrente Ayasse, e lo si attraversa sul ponte di L’Outre-Léve.

In auto il ponte si raggiunge da Hône (uscita Pont-Saint-Martin per chi arriva in autostrada dal Piemonte, Verrès per chi arriva dall’alta Valle), seguendo le indicazioni per Champorcher. A monte di Le Salleret, nel tornante che segue una breve galleria, si imbocca la deviazione di sinistra: prestare attenzione ai cartelli che indicano la frazione L’Outre-Léve. Appena oltre il ponte, si trova un ampio parcheggio (dove potreste notare dei boulderisti intenti a studiare i massi). 

Descrizione del percorso

Dal ponte di L’Outre-Léve (1) si segue la strada asfaltata, che in breve conduce alla frazione. Qui vale la pena percorrere il villaggio, alla ricerca dei due rascard che si trovano all’estremità est, ma poi è necessario ritornare all’inizio della borgata per imboccare il sentiero n. 4F che sale in direzione del Lac de Vercoche.  si segue la strada asfaltata, che in breve conduce alla frazione.

Il sentiero, dapprima ampio e lastricato, quindi più modesto, ma sempre evidente, risale dolcemente tenendo il versante sinistro idrografico del vallone del torrente de L’Alleigne fino alla bergeria di L’Ourty. Lungo la mulattiera si possono notare dei cartelli toponomastici, che riportano la denominazione dialettale di alcune località: lè Reuvve (“le vie”), in prossimità di un piccolo oratorio, denominato lou Tsapèlé̱n di Crét (“la cappelletta della dorsale”), dal nome della vicina località li Crét (“la dorsale”); li Tentsó̱n (dal significato oscuro, il toponimo indicava dei pascoli a valle della mulattiera e a monte del sentiero per Tro̱u̱mè), poco oltre il quale si può notare un piccolo ricovero, e infine Lè Pò̱rtè (“le porte”) (2).

Lasciate Les Portes, si prosegue seguendo la mulattiera, che sale dolcemente attraversando una pietraia, denominata Lou Tquiapè̱i dè Coustanté̱n (“la pietraia di Costantino”); si giunge quindi in località Lè Ravèra̱tte, un altro tramaill, il cui nome rimanda forse alla coltivazione delle rape (ravión, nel patois di Champorcher – Glarey 2011). Poco oltre le Raveratte, si attraversa una località denominata li Gourdzâ̱ts (forse un accrescitivo/dispregiativo per gordze, “gola”), oggi tenuta a pascolo, ma dove un tempo gli abitanti di L’Outre-Léve coltivavano segale e patate, sebbene questi campi si trovino a oltre mezz’ora di marcia dalla frazione (che andavano percorsi con un pesante carico di letame sulle spalle). Si incontrano quindi le località lè Grandza̱tte (probabilmente da grandzi, “il granaio”), lou Lèizâ̱ts di Lla̱tsì (forse legato a llasì, che nel patois di Champorcher significa “ghiacciaio”) e la Mountó̱ dè l’Ó̱nou (“la salita dell’asino”) prima di raggiungere l’alpeggio di Ourty (3).

Qui si ignora la deviazione che imbocca il vallone de L’Alleigne (in direzione Col de Fricolla) e si prende a salire più decisamente lungo il vallone di Vercoche, sempre lungo il versante esposto a sud-est. Si giunge dunque nell’ampio piano dell’alpe Vercoche (lou Pia̱n de Vercò̱ttsi), dove la traccia di sentiero si perde un po’, ma la direzione è sempre ben indicata dai segni di vernice gialla (in ogni caso, si segue indicativamente l’alveo del torrente). Si procede in moderata pendenza fino alle balze rocciose che chiudono la testata del vallone, sorreggendo la conca in cui si è formato il Lago di Vercoche (lou La̱i dè Vercò̱ttsi) (4): il sentiero si innalza, ora più ripido, lungo le pendici del Bec de Laris (lou Béc dè Larœ̱ts). In breve, si raggiunge l’incrocio con il sentiero n. 5, ma è consigliabile proseguire ancora qualche metro per visitare il Lago di Vercoche e, se lo si desidera, il Lac Piana (lou La̱i Pia̱na) poco distante. 

Si ritorna quindi all’incrocio e stavolta si imbocca il sentiero n. 5, che con un lungo traverso sostanzialmente pianeggiante raggiunge un colletto a quota 2231 (Tsœmè̱tta Rò̱ssa, letteralmente “la cimetta rossa”, per via del colore delle rocce), che permette di scollinare nel vallone di Laris. 

Dal colle si segue il sentiero, ben tracciato, che attraversa un’estesa pietraia (il luogo si chiama appunto lou Tchapè̱i, “la pietraia”) sino a incrociare le piste da sci, che in breve conducono alla località Laris dessus (lou Damò̱n Larœ̱ts) (5).

Di qui ci si allontana dagli impianti del comprensorio, seguendo una strada sterrata (a tratti lastricata) che dapprima fiancheggia i ruderi della frazione di Laris, quindi si porta sul versante nord del pianoro (lou Rèvè̱rs dè Dèzò̱ Larœ̱ts, letteralmente “l’inverso di sotto Laris”) e scende in un bel bosco di conifere, attraversando gli alpeggi di Prayò̱n (6).

Dopo gli ultimi casolari d’alpeggio la discesa si fa più ripida, e in breve porta a fiancheggiare il torrente Laris (l’Aria̱l Larœ̱ts), che forma in questo tratto alcune piccole cascate. In breve si è alla frazione Le Chardonney (7) (lou Tsardounè̱y, probabilmente da atsardón, “carlina acaulis”), stazione di partenza degli impianti sciistici: è qui possibile visitare la borgata, nella quale si trova una fontana, e il museo della canapa.

Ci si riporta quindi sul lato destro del torrente Ayasse, e lo si costeggia seguendo dapprima delle piste carrozzabili, quindi, a valle della frazione Les Carlanches (lè Quœrla̱ntsè), il suggestivo sentiero degli orridi (8), che permette un colpo d’occhio eccezionale sulle forre formate dal torrente Ayasse. Una volta riguadagnato il piano, in breve si rientra al ponte di L’Outre-Léve.

Punti di interesse & Approfondimenti

1: Outre l’Ève

📍 Località: Champorcher
🏘️ Caratteristica principale: Borgo rurale con rascard e forno comunitario, snodo storico tra Valle d’Aosta e Piemonte

L’Ó̱itrè l’É̠vi (“letteralmente “oltre l’acqua”) è un grazioso villaggio nel quale è possibile notare due rascard in legno e un forno comunitario. La religiosità popolare è testimoniata da numerose croci in legno fissate alle porte (una tradizione comune a tutta la Valle) e dalla cappella che si incontra all’inizio del paese, significativamente affrescata da un pittore Canavesano (Sogno, Forcellini & Petey 1997: 25). 

Dal villaggio partiva infatti un’ampia mulattiera, tutt’ora ben conservata, che garantiva i collegamenti con la Val Soana e con la Val Chiusella (e attraverso queste con la pianura piemontese). Troviamo tracce dei commerci con il Piemonte almeno a partire dal XIV secolo (Baudin 1999: 64), secolo al quale risalgono le prime dispute di cui siamo a conoscenza per il possesso dei pascoli d’alta quota. Questi ultimi erano infatti sfruttati anche dalle mandrie provenienti dal Canavese (Baudin & Squinabol 2006: 33), dove durante l’inverno scendevano gli animali che non era possibile nutrire a Champorcher.

2: Lè Pòrtè

📍 Località: Champorcher
🐄 Caratteristica principale: Antico tramaill di transumanza, punto d’incontro tra due vie storiche e mercato di formaggi

Le costruzioni che ancora si distinguono all’ombra di un frassino secolare sono i resti di un tramaill (dal latino tramutare), una stazione d’alpeggio intermedia tra i villaggi in cui si trascorre l’inverno e i pascoli estivi. In genere l’inarpa, la salita all’alpeggio, avveniva a San Bernardo (il 15 giugno), mentre la désarpa, il ritorno nelle stalle invernali, avveniva a San Michele (29 settembre) (Baudin 1999: 89).

Durante questo periodo, la mandria veniva fatta brucare dapprima alle quote inferiori (presso i tramaill), quindi saliva nei pascoli più alti nel pieno dell’estate, per poi compiere il percorso inverso con l’approssimarsi dell’autunno (cfr. § X). La località si trova all’incrocio di due vie di comunicazione importanti nei secoli scorsi: lou Tsœmé̱n de la Lè̱gni, antica strada della transumanza che collegava Champorcher con la Val Chiusella e la Val Soana, e lou Tsœmé̱n di Ban, che collega Les Portes con il capoluogo. Si dice che a Les Portes si tenesse un tempo un mercato dei formaggi d’alpeggio. 

3: Ourty

📍 Località: Champorcher
⚒️ Caratteristica principale: Alpeggio con antiche fornaci per ferro e calce, testimonianza dell’attività protoindustriale

L’alpeggio di l’Œrti̱, che oggi si presenta come una placida conca in cui i pascoli sono circondati da larici, e trapunti di piccole costruzioni, era nei secoli passati un centro importante per la lavorazione del ferro e della calce. Se escludiamo il bosco bandito dell’inverso (le Revers de Ourty), gli alberi non

dovevano essere molti: serviva infatti molto carbone per far funzionare le fornaci.  La fornace per il ferro, nella quale si cuoceva il materiale estratto dalle miniere di Vercoche (cfr. oltre) per separare il minerale dalle scorie, sorgeva sulla destra idrografica dell’Èyâ̱tsi dè Vercò̱ttsi, nei pressi di un grosso masso: oltre questo, è ancora possibile intravedere delle scorie di fusione e i resti di un muro circolare, con l’interno che mostra i segni della cottura. La tradizione vuole che siano state forgiate qui le chiavi di volta della chiesa parrocchiale di Champorcher, nel 1728 (Torra 1961: 104).

Poco a valle dell’alpeggio principale, sopra la mulattiera, vi è invece una località denominata la Fourné̱za (“la fornace”), dove forse sorgeva un forno per la calce (cfr. § X) – la tradizione orale racconta di una cava di calcare localizzata proprio a L’Ourty (cfr. Baudin 1999: 202). L’attività della calcificazione si sviluppò soprattutto nel XVIII secolo (Baudin 1999: 114), ma è già documentata nel 1276, epoca nella quale la calce doveva però servire soprattutto per intonacare gli edifici del potere e quelli religiosi – soltanto secoli più tardi si farà ricorso a questo materiale anche nelle case delle persone comuni (Baudin 1999: 202).

4: Lago di Vercoche

📍 Località: Champorcher
⛏️ Caratteristica principale: Lago alpino sovrastato da filoni di magnetite, sfruttati per l’estrazione del ferro dal XVII secolo

Nei pressi de lou La̱i dè Vercò̱ttsi, lungo la sponda opposta rispetto a quella dove si è arrivati (sotto lou Béc dla Mouli̱ri), vi sono due filoni di magnetite (Castello 1981: 18), sfruttati a partire dalla fine del Seicento per l’estrazione del ferro: sappiamo infatti che Bernardo Mutta stipulò, nel 1692, un contratto per la fornitura di carbone con alcuni proprietari di Champorcher (Baudin et Alii 2002: 95).

Il minerale estratto veniva poi trasportato, con le slitte o a dorso di mulo (Baudin et Alii 2015: 43), fino alla fornace di L’Ourty, dove veniva fuso per separare il ferro dallo sterile. 

Dal 1953, Il lago è chiuso a valle da un piccolo sbarramento, alto appena due metri, che tuttavia può contenere oltre un milione di metri cubi d’acqua (considerando anche il Lago di Piana, collegato al bacino sottostante): nel punto più profondo del lago di Vercoche, l’acqua raggiunge i 28 metri di profondità.

5: Laris

📍 Località: Champorcher
🌲 Caratteristica principale: Bosco consortile di larici storicamente sfruttato per l’estrazione della trementina

Il nome della località deriva probabilmente dal latino laricĕm (a sua volta derivato da una base prelatina, cfr. Bessat Germi 2004: 32), sebbene localmente il larice sia conosciuto come brenva, con una voce sostanzialmente valdostana – Valdigne esclusa (la ritroviamo, fuori dalla Vallée, soltanto in Val Soana, Valle Orco e nella Haute-Tarantaise, ibidem).

La radice laricĕm è invece alla base della denominazione della resina (lardzi a Champorcher, ma anche Làris, a Perloz – Patoisvda) e, per estensione, della trementina. 

La pratica dell’estrazione della trementina dai larici si è diffusa soprattutto nel XVII secolo: venivano praticati dei fori nei tronchi con un trivello, vi si applicava un canaletto che sboccava in un contenitore, dove veniva fatta colare la resina: nel periodo vegetativo, si passava quindi a raccoglierla sia al mattino sia alla sera (Baudin 1999: 110). La resina così ottenuta veniva usata nella medicina popolare per favorire la cicatrizzazione (soprattutto da chi lavorava la pietra o il legno), ma era anche venduta ai produttori di essenza di trementina, noto solvente per le vernici. La pratica venne regolamentata nel XVIII secolo, poiché l’eccessivo sfruttamento delle conifere, specialmente laddove i buchi non venivano tappati, portava spesso alla morte delle stesse (peraltro non più utilizzabili per le costruzioni, una volta che i tronchi erano stati forati).

I boschi di Laris sono di proprietà consortile; tuttavia, nel corso del Settecento (per porre un freno allo sfruttamento eccessivo del patrimonio forestale) è andata imponendosi la necessità di disporre di un’autorizzazione comunale per effettuare dei tagli boschivi. Il graduale estendersi delle competenze comunali sui terreni della consorteria ha provocato, a partire al 1835, una lunga serie di cause tra il comune e i consorti, che si sono ricomposte soltanto negli anni ’50 del secolo scorso (Baudin 1999: 119 e segg). 

6: Prarion 

📍 Località: Champorcher
🏞️ Caratteristica principale: Alpeggi collegati dalla Strada Reale di Caccia e identificati da toponimi familiari legati ai proprietari

Gli alpeggi di Prayò̱n si raggiungono seguendo una bella strada lastricata, che è parte della Strada Reale di Caccia (cfr. § X), costruita dal Re Vittorio Emanuele II all’indomani dell’Unità d’Italia, per raggiungere i territori di caccia nella zona di Dondénaz a partire dal fondovalle. 

I diversi appezzamenti acquisiscono il nome o il soprannome del proprietario: lou Prayò̱n de Tsi̱zi de Dé̱mó (“il Prayò̱n di quelli di Aimé”), lou Prayò̱n de Tsi̱zi de Djoua̱n (“[…] di quelli di Giovanni”), Prayò̱n Couè̱n (“?”), Dèzò̱ Prayò̱n (“di sotto […]”), Prayò̱n dè Tsi̱zi dè Lio̱n (“[…] di quelli di Leone”), Prayò̱n di Rat (“[…] dei Topi”); si tratta di un meccanismo denominativo piuttosto comune, che permette di indicare con precisione le diverse proprietà pur ricorrendo a uno stesso toponimo di base. Spesso gli appezzamenti non sono attribuiti al proprietario attuale, ma succede anche che il nome faccia riferimento a qualche suo antenato: non si tratta in ogni caso di denominazioni particolarmente antiche, anche perché gli alpeggi, fino alla fine del XVIII secolo, erano di proprietà nobiliare, e la popolazione di Champorcher doveva pagare dei censi feudali per poterne fruire (Baudin 1999: 86). 

7: Chardonney

📍 Località: Champorcher
🌊 Caratteristica principale: Villaggio ricostruito in posizione strategica tra valanghe e alluvioni, sede storica di opifici e caseificio sociale

Il villaggio di Le Chardonney, per la posizione in cui è stato costruito, è esposto sia alle valanghe, sia alle alluvioni. Per proteggersi dal pericolo delle valanghe, gli abitanti di Le Chardonney, già nel 1692, si sono auto-imposti di non tagliare gli alberi del bosco delle Ceingles, che sovrasta l’abitato sul versante esposto a nord, ma abbiamo notizia di banni anche precedenti (Baudin 1999: 110).

La difesa dalle alluvioni si è invece rivelata più complessa, siccome la posizione dell’abitato lungo le rive dell’Ayasse era necessaria per il funzionamento di mulini e opifici (qui veniva tra l’altro lavorato il ferro estratto nella miniera di Mont-Ros, cfr. Torra 1961: 130): sappiamo ad esempio che fabbriche, mulini e coltivi furono distrutti dalla violenza delle acque attorno alla metà del Seicento (Nicco 1987: 41), e che il paese, che dapprima doveva trovarsi nella località oggi nota come la Lés (dal nome delle lastre di pietra con cui si ricoprivano i tetti), fu in seguito ricostruito leggermente più in alto.

Nel 1903 fu creato nella frazione di Le Chardonney un caseificio sociale, che sarebbe rimasto attivo fino alla metà del Novecento, in cui tutti i proprietari di mucche conferivano il latte munto, in modo da non dover interrompere la produzione di formaggi quando il latte era più scarso: il prodotto in burro e formaggio veniva distribuito fra i soci in proporzione alla quantità di latte fornito da ciascuno di loro (Archivio Privato, Champorcher, Regolamento della Latteria turnaria del Chardonney, 2 novembre 1903 – citato in Baudin 1999: 91).

8: Li Ban

📍 Località: Champorcher
🌲 Caratteristica principale: Bosco bandito a funzione protettiva, soggetto a frane e valanghe, un tempo attraversato da un sentiero storico

Il sentiero degli Orridi lambisce il piede di un ripido versante, denominato li Ban: il toponimo di riferisce allo statuto di bosco bandito della foresta che vi si trova. Come per il Bosco delle Ceingles, anche in questo territorio il taglio degli alberi era vietato, per preservare le frazioni e le terre dalle valanghe e dalle frane che avrebbero potuto partire da lou Béc dè Mounpè̱i. 

Il territorio dei Ban è infatti caratterizzato da alcune antiche frane (denominate la Rœvœ̱nna dè Moun Pè̱i), attraversate da lou Tsœmé̱n di Ban, che collegava Le Porte con il capoluogo.

Approfondimenti
Miniere e boschi

Lo sfruttamento minerario in valle d’Aosta risale molto indietro nel tempo, ma fino alla prima età moderna ha riguardato soprattutto minerali preziosi come oro e argento: solo successivamente si sono sviluppate l’estrazione e la lavorazione industriale del rame e del ferro. L’industria metallurgica necessitava di ingenti quantità di combustibile, che era per lo più carbone prodotto nei boschi della Valle: nel corso del XVIII secolo la superfice forestale della regione venne seriamente compromessa, e nel secolo successivo sarà ulteriormente dimezzata (Janin 1976: 163). Il disboscamento, oltre a favorire valanghe e smottamenti, privava le comunità locali di una risorsa importante, non soltanto per la legna e per il pascolo del bestiame minuto, ma anche per l’estrazione della trementina, della pece e del tannino: in Valle d’Aosta abbiamo infatti notizia di regolamenti locali per l’uso dei boschi già a partire dal XIV secolo (Baudin 1999: 109). 

La storia di Champorcher ricalca quella valdostana più generale: abbiamo notizia dello sfruttamento di un giacimento aurifero (pirite aurifera e golena argentifera, Lorenzini 1995: 88) già alla fine del XIII secolo, nella zona di Le Petit-Rosier (La Cleyva); sarà invece soltanto alla fine del XVII secolo che Bernardo Mutta scoprirà i filoni di magnetite del Mont-Ros e quelli del Lago di Vercoche. Sul territorio comunale era attivo un forno a L’Ourty (cfr. § X), ma le fabbriche che dovevano consumare la maggior quantità di carbone erano quelle di Pontboset e di Hône (cfr. § X): tra la fine del Seicento e la metà dell’Ottocento anche il paesaggio di Champorcher sarà completamente stravolto dal disboscamento. Prova indiretta di questo stato di cose ci è fornita dai documenti raccolti da Fausta Baudin a proposito delle secolari cause per i boschi banditi, nei quali vigeva il divieto di taglio degli alberi, a protezione degli abitati sottostanti e dei diritti di sfruttamento da parte della comunità locale.

Champorcher (Tsampourtsè̠i)

Il territorio di Champorcher è stato probabilmente abitato, almeno saltuariamente, già all’epoca dei salassi: tuttavia, i primi documenti sulla comunità risalgono al basso medioevo, quando il suo territorio era sotto il controllo dei Signori di Bard (Baudin et Alii 2015: 91). La conformazione della Valle, dai versanti ripidi e stretti dove oggi sorgono i comuni Pontboset e Hône, e dagli ampi pascoli nell’odierno comune di Champorcher, ha fatto sì che le comunicazioni fossero orientate più verso i passi d’alta quota, che mettevano in comunicazione la Valle di Champorcher con la Val Chiusella (Colle della Balma), la Val Soana (Col Laris), la Valle di Cogne (Fenêtre de Champorcher) e con Issogne (Col Fenêtre), che non verso il fondovalle (Baudin et Alii 2015: 95). L’economia del territorio, improntata all’allevamento e ad un’agricoltura di sussistenza fino alla fine del Seicento, è poi stata integrata con il lavoro salariato nelle miniere e nelle fonderie di fondovalle fino al XIX secolo, che ha visto il picco demografico della popolazione, con oltre 1.200 abitanti nel 1861. Con il graduale esaurimento dell’industria mineraria, molti abitanti del paese hanno scelto l’emigrazione; sarà soltanto nel Novecento, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, che lo sviluppo del turismo fornirà nuove possibilità all’economia del luogo, dapprima con la costruzione degli impianti sciistici di Chardonney, negli anni Sessanta, e poi con l’allargamento alla Conca di Dondénaz del Parco del Mont Avic, nel 2003. Dopo l’importante calo demografico novecentesco, che fa descrivere la Valle dell’Ayasse come «l’épicentre de l’exode valdotain» (Janin 1976: 402), nel nuovo millennio la popolazione di Champorcher si è assestata attorno ai 400 abitanti. 

Bibliografia

Baudin, Fausta, Felice Dassetto, Geneviève Hermant, e Massimiliano Squinabol. 2015. Camminare, osservando, a Champorcher. Escursioni per tutti. Louvain-la-Neuve: i6doc.

Baudin, Fausta, e Massimiliano Squinabol. 2006. «La Valle dell’Alleigne, a Champorcher. Un SIC (sito importanza comunitaria) da tutelare e da valorizzare». Augusta 38:32–34.

Baudin, Fausta, Maurizio Broglio, Paolo Chiaberto, Matteo Giglio, Nadia Gozzi, Danilo Marco, e Francesco Prinetti. 2002. La valle di Champorcher natura, storia e itinerari nei comuni di Bard, Hône, Pontboset e Champorcher. Aosta: La Traccia.

Baudin, Fausta. 1999. Champorcher. La storia di una comunità dai suoi documenti. Aosta: Arti Grafiche E. Duc.

Bessat, Hubert, e Claudette Germi. 2004. Les noms du patrimoine alpin. Atlas toponymique II  ̶  Savoie, Vallée d’Aoste, Dauphiné, Provence. Grenoble: Ellug.

Castello, Paolo. 1981. «Inventario delle mineralizzazioni a magnetite, ferro rame e manganese del complesso piemontese dei calcescisti con pietre verdi in Valle d’Aosta». Bollettino del Gruppo di Lavoro sulle Ofioliti Mediterranee 6:5–46.

Forcellini, Marica, e Patrizia Pétey. 1997. «Il vallone della Legna, a Champorcher: il suo fascino antico fatto di silenziosi percorsi di pietra che narrano di pastori, commercianti e ricchi signori». Pagine della Valle d’Aosta: periodico di arte, cultura, informazione e turismo 7:25–29.

Glarey, Miranda. 2011. Dictionnaire du patois de Champorcher. Aosta: Tipografia Duc.

Janin, Bernard. 1976. Le Val d’Aoste : tradition et renouveau. Aosta: Musumeci.

Lorenzini, Christian. 1995. Le antiche miniere della Valle d’Aosta. Aosta: Musumeci.

Nicco, Roberto. 1987. La valle di Champorcher e i suoi dintorni. Aosta: Musumeci.

Torra, Ugo. 1961. La Valle di Champorcher. Le sue antichità. Ivrea: Tipografia Paolo Bardessono.

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