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Lo Tsœmin di Léngue tra Champdepraz e Issogne

Mappa dell’itinerario

Statistiche dell’itinerario

Lunghezza5/17km
Dislivello400/1500m D+
Durata3/8h
Stagioniautunno, primavera
Mezzoa piedi
Difficoltàmedio-impegnativo
Scarica Itinerario corto
Scarica Itinerario lungo

Panoramica dell’itinerario

Entrambi gli itinerari si svolgono per lo più nel bosco: tuttavia, mentre seguendo quello breve si è sempre esposti a nord, quello lungo attraversa pendii più assolati, con tratti in cui la vegetazione è meno folta. Si tratta dunque di itinerari percorribili tutto l’anno (con l’esclusione dei periodi di innevamento, che richiedono attrezzatura e conoscenze specifiche), che si apprezzano al meglio in primavera, quando i faggi mettono le foglioline nuove, e in autunno, quando i larici sono gialli. 

Mentre il percorso “breve” è adatto a tutti, quello “lungo” richiede un buon allenamento: pur senza coprire una distanza eccessiva, l’itinerario presenta un importante dislivello, che solo in parte si supera per raggiungere la quota massima: una volta giunti al colle, bisogna infatti contare ancora circa 200 metri di “saliscendi” lungo il sentiero di rientro. 

Per raggiungere Pont-de-Gorf

I comuni di Champdepraz e Issogne sono serviti dalla stazione ferroviaria di Verrès, oppure dalla compagnia degli autobus V.I.T.A (in collaborazione con Arriva), che collegano Carema a Montjovet. Nei mesi estivi, è attiva una navetta del Parco del Mont Avic che trasporta gli escursionisti dalla stazione di Verrès fino alle frazioni alte di Champdepraz: attualmente (2025) la navetta effettua una fermata al bivio di Gettaz, dalla quale in pochi minuti si raggiunge il Pont-de-Gorf.

In auto la partenza si raggiunge comodamente, proseguendo oltre il capoluogo di Champdepraz verso Chevrère, e svoltando a sinistra dopo i primi tornanti (indicazioni per Gettaz). Nei pressi del ponte, dove campeggia un cartello di divieto di transito, ci sono alcune piazzole per posteggiare. 

Descrizione del percorso

Attraversato lo Pon de Gôrf si imbocca la mulattiera (sentiero n. 3) che si stacca a destra della strada asfaltata: si chiama lo Vió̱n de la Rovœ̱nna (“il sentiero della frana”), e prosegue ripida disegnando brevi tornanti in un bel bosco di castagni. Non a caso, lungo il percorso c’è un luogo in cui era comodo fermarsi a riposare (perché una pietra permetteva di appoggiare il carico senza doverlo deporre per terra) che si chiama la Po̱za Pia̱n Tsahta̱gne (“la pausa di Pian Castagne”). La mulattiera incrocia la strada asfaltata in un paio di punti prima di raggiungere Djè̱tta dez Allœma̱n (1).

Dopo aver visitato l’abitato di Gettaz (fontana), le cui case sono in parte in rovina e in parte ristrutturate, ci si riporta nei pressi della cappella, quindi si segue il sentiero che, riattraversando il valloncello lungo il quale si è saliti, in breve porta a lo Bo̱de (2); qui i due itinerari si dividono: quello breve prosegue in piano oltre la borgata, mentre per imboccare quello lungo occorre ritornare al sentiero nel valloncello e proseguire la salita.

[itinerario breve]

Da Boden si prosegue lungo un sentiero denominato lo Tsœmi̱n di Lé̱ngue: sebbene questo nome evocativo ci abbia fornito lo spunto per intitolare l’itinerario, le Lé̠ngue cui si fa riferimento qui sono probabilmente degli appezzamenti di terreno che si sviluppano longitudinalmente, e non degli idiomi. Il sentiero prosegue in piano fino a raggiungere una zona in cui il pendio è più aperto: qui la traccia scende lungo i prati fino a guadare il torrente, quindi risale in una bella faggeta e, continuando in piano, si ricongiunge con il sentiero descritto nell’itinerario lungo. L’ultimo tratto prima della congiunzione non è segnato: indicativamente, quando si raggiunge un valloncello le cui acque sono raccolte da vistosi tubi, si risale brevemente il suo corso e si incontra l’ampio sentiero che prosegue verso Chantéry (3.1).

[itinerario lungo]

Ritornati sul sentiero n. 3, si riprende a salire inoltrandosi presto in una fitta faggeta: il faggio ha bisogno di umidità per vegetare, e nelle zone interne della Valle d’Aosta, più siccitose, non si trovano faggete ampie come questa. La zona si chiama per l’appunto lo Faé̱, “la faggeta”. Si prosegue, salendo piuttosto rapidamente, finché il manto di foglie non si apre, in corrispondenza di una pietraia: siamo qui a lo Quiapè̱i Lazè̱lla, dove quiapè̱i significa appunto “pietraia”. Man mano che si sale, la vegetazione cambia e lascia penetrare squarci di paesaggio tra le chiome ora più rade; uno dei numerosi tornanti del sentiero è chiamato lo Deto̱r la Bre̱nva, “la curva del larice”, … difficile dire a quale ci si riferisca! Fatto sta che quando, dopo l’ultimo tornante, la pendenza cala, ci si trova su uno stretto pianoro erboso, sul quale svetta un grosso masso erratico: è forse questo ad essere chiamato localmente Se Do Dè̱i, perché tra le sue cavità qualcuno ha creduto di scorgere l’impronta di “due dita”. Dopo essersi goduti il panorama, che da qui abbraccia il Mont Avic e il gruppo del Monte Rosa, si prosegue dolcemente lungo la dorsale erbosa, fino a raggiungere i ruderi dell’alpeggio di Quicó̱r (3.2).

Da Quicó̠r si prosegue in leggera salita, seguendo un’ampia mulattiera sulla quale si notano delle belle canaline in pietra; ai due lati della strada cresce un bosco di pini uncinati; la zona si chiama lo Pia̠n de Te (forse “il piano dell’iperico”). In breve, si raggiungono i prati ricavati nei secoli attorno all’alpeggio di Panaz; poco oltre, andando verso lo La̠i de Pa̠na (“il lago di Panaz”), si incontrano delle zone umide, forse un tempo occupate da un secondo lago: lo Pia̠n de la Lè̠sca (“il piano del carice”) e le Go̠ye de Pa̠na (“le pozzanghere di Pana”) (4).

Superati i prati di Pa̠na, sul limitare del bosco, è necessario prestare attenzione alla deviazione a sinistra del sentiero numero 3 (se vi trovate a un bivio tra il sentiero 3B “Colle di Panaz” e il sentiero 3C “Lago di Panaz” siete andati troppo avanti: tornate indietro di un centinaio di metri e imboccate la deviazione verso est). Il sentiero, non sempre evidente, prosegue quindi in falso piano attraversando una bellissima pineta, fino a raggiungere lo Pia̠n (“il piano”, chiamato lo Col de Pa̠na dagli abitanti di Issogne – nella cartografia ufficiale è indicato come Colle di Panaz un altro colle, più in alto): siete nel punto più basso della Qui̠va Bè̠lla (“la bella china”), la dorsale che collega Cima Piana con la Bè̱cca Guiavé̱n(“la cima della pietraia”). Da qui si inizia a scendere, seguendo un sentiero piuttosto erto, sempre circondati dai pini uncinati. In breve, si raggiunge l’alpeggio dell’Avœ̱i (5).

Attorno all’alpeggio dell’Avœ̠i la traccia si perde un po’: la si ritrova una volta superati i prati, tenendosi sulla destra scendendo; il sentiero, ora ben visibile, scende nel bosco compiendo un paio di ampi tornanti. Prima di raggiungere l’Arpè̠tta (alpeggio in rovina, sfruttato fino alla fine degli anni ’70) si passa nei pressi de lo Bè̱rio Sarahi̱n, un pendio disseminato di rocce. Il toponimo riunisce una voce tipica del lessico valdostano (bè̠rio, “sasso”) con la leggenda del passaggio dei Saraceni, ben viva nella memoria (spesso fantastica) degli abitanti delle Alpi Occidentali. All’Arpè̠tta si imbocca la mulattiera che scende a sinistra, e in breve si raggiungono gli abitati di Vizè̠i (fontana) (6).

All’estremità settentrionale della borgata Cousse (Co̠u̠he), in corrispondenza di un tornante, si incontra la partenza del sentiero n. 4 (indicazione per Boden). Lo si imbocca e in breve si raggiunge una panoramica cengia, protetta a valle da una robusta ringhiera, che permette di attraversare comodamente la zona rocciosa denominata lo Salé̱n. Si prosegue in piano ignorando la traccia che scende, quindi il sentiero riprende a salire (per circa 150 m di dislivello), fino a portarsi alla base della parete rocciosa de lo Bèc dou Mè̱rlo (“il becco della nicchia”), nella quale si trova un grande strapiombo, denominato lo Grœp Rahpò̱n, letteralmente “la parete risponde” (è infatti possibile, in alcuni punti, produrre un eco con la propria voce). Lasciata la zona rocciosa, il sentiero taglia attraverso un ripido lariceto e prosegue mantenendo la quota (pur con brevi salite e discese, necessarie ad assecondare il pendio) fino ad attraversare un vallone più ampio: non a caso, questo si chiama lo Gran Valè̠i (“il grande torrente”); nei pressi del ruscello, vi è una roccia denominata lo Iœt dou Berdzi̱(“il letto del pastore”). Attraversato il torrente, in breve si raggiunge lo Brignè̱t (7).

Dal Brignet si scende fino ad avvistare un altro alpeggio diroccato (Sitoui̱re, letteralmente “le falciate”; séitoù vuol dire falciatore, dal latino sector di analogo significato, e indicava verosimilmente una misura per i prati, ossia la superficie che un uomo poteva falciare in un giorno – Favre 1997: 83-84), quindi si interrompe la discesa per seguire il sentiero n. 4 che taglia a sinistra poco a monte delle case, per raggiungere in breve l’alpeggio di Souca̠rbe.

Di qui il sentiero, ora ampio, comincia a scendere in una bella faggeta (dove si riconoscono di tanto in tanto i ripiani che dovevano ospitare le carbonaie), fino a ricongiungersi con l’itinerario breve. Giunti a questo punto, attraversando la faggeta (cfr. § 4a. Fruitè̠i) in leggera discesa si perviene infine all’alpeggio di Tsanteri̠ (8).

Da Chantéry (fontana) si imbocca la strada carrozzabile a valle delle case, e in breve ci si ritrova sulla strada asfaltata che sale a Gettaz-des-Allemands. Si segue dunque la strada in discesa, e dopo alcuni tornanti si ritorna al Pont-de-Gorf: volendo evitare l’asfalto, è possibile approfittare di alcuni tagli della strada ripuliti di recente (2025). 

Punti di interesse & Approfondimenti

1: Gettaz-des-Allemands

📍 Località: Champdepraz

🏡 Caratteristica principale: borgata montana

Nel corso del XIII secolo un gruppo di dissodatori di origine walser si è insediato nel territorio dell’attuale comune di Champdepraz, all’epoca sotto la giurisdizione dei Signori di Montjovet e poi degli Challant.

Il documento più antico in cui vengono menzionati gli alamans (per il possesso di un mulino in frazione Chevrère) risale al periodo compreso tra il 1262 e il 1294, e riporta tra l’altro i canoni dovuti a Ebal di Challant dagli uomini di Gieta, alcuni dei quali portano nomi walser (come Vacho). Thuminger (1989) riporta una serie di documenti, redatti tra il XIII e il XVI secolo, che testimoniano non solo la presenza, ma anche la permanenza sul territorio di questo gruppo di walser, che per alcuni atti si serviva ancora di un diritto consuetudinario “Vallese”, diverso da quello che vigeva in Valle d’Aosta. Attualmente le uniche tracce di lingua walser presenti a Champdepraz si ritrovano proprio nella toponomastica di questa zona, che era probabilmente poco o per nulla popolata all’epoca della migrazione alamannica: possiamo dunque immaginare che i prati e i campi che vediamo siano stati in origine dissodati dai walser, che avrebbero anche eretto le prime costruzioni a Gettaz, a Boden e a Quicord. 

2: Boden

📍 Località: Champdepraz
🏡 Caratteristica principale: costruzione rurale in legno

Oltre che dal toponimo, che deve la sua origine al tedesco boden, “fondo, terreno, territorio, ma anche terreno pianeggiante, fondo della valle” (Favre: 131), la presenza germanica in questa località è testimoniata anche da un rascard (localmente reucar), una costruzione rurale in legno usata come granaio (nel quale talvolta

venivano anche battuti i cereali) o come fienile (Remacle 1986: 206). I rascard si trovano in diverse zone della Bassa Valle d’Aosta, soprattutto nelle Valli d’Ayas e del Lys, ma la loro presenza è attestata anche a Champorcher e nei comuni di fondovalle, come Arnad. Bertolin (2017: 38) dimostra in modo convincente come «i rascard di Arnad sono stati costruiti nel secolo XV da famiglie che, qualche generazione addietro, erano giunte dalla valle del Lys e in particolare dall’area culturale germanica […]; oppure che con le citate famiglie avevano costanti relazioni di prossimità».

3.1: itinerario breve Fruitei

📍 Località: bosco tra Boden e Chantery
🌳 Caratteristica principale: produzione tradizionale di carbone

La faggeta di Fruitè̱i, di proprietà consortile, presenta numerosi spiazzi nei quali venivano allestite le carbonaie (alcuni di questi, come Pia̱n Fritè̱i, hanno anche un nome). Per la produzione del carbone di legna era infatti necessario provocare una combustione incompleta del

legname. Il procedimento prevedeva di comporre, su un ripiano ricavato direttamente laddove si tagliavano gli alberi, una struttura conica (con la sommità arrotondata) di tronchi di legno, attorno ad un camino costruito con ceppi più corti. Una volta disposti i tronchi, la struttura veniva coperta con materiale vegetale (come felci, rami o paglia) e poi rivestita da terra e cenere: in questo modo si permetteva al fumo di circolare nella carbonaia, ma si limitava molto l’apporto di aria esterna. Una volta completata la costruzione della carbonaia, la legna veniva accesa inserendo dei carboni ardenti e del materiale facilmente infiammabile nella cavità del camino: non appena il fuoco aveva attecchito, questa veniva chiusa con del fango, in modo da rallentare il processo di combustione, che veniva regolato con l’apertura o la chiusura di fori nel rivestimento della carbonaia. Il procedimento durava circa una settimana, durante la quale la carbonaia era costantemente sorvegliata: poteva infatti essere necessario ravvivare la combustione in alcune zone della struttura e soffocarla in altre, in modo da ottenere la carbonizzazione uniforme di tutta la legna accatastata.

In età moderna, il territorio della Bassa Valle ha visto crescere molto la pratica della carbonizzazione: era infatti necessario molto combustibile per alimentare la nascente industria siderurgica, che trasformava i minerali estratti in Valle (ma anche nei territori limitrofi). Ne conseguì una rapida e indiscriminata deforestazione (che non risparmiò nemmeno territori soggetti a smottamenti e valanghe, o gli alberi da frutto), che portò il Conseil des Commis, a inizio Settecento, a vietare il taglio di alberi per farne carbone per l’esportazione, nonché l’importazione di minerale da fondere. Nonostante i tentativi di porvi un freno, il disboscamento della Bassa Valle proseguirà per tutto l’Ottocento, e sarà solo con il tramonto dell’industria metallurgica, e con il progressivo spopolamento dei villaggi in quota, che i boschi torneranno a ricoprire i versanti della Valle della Dora (Mazollier 1998). 

3.2: itinerario lungo Quicord

📍 Località: alpeggio a Champdepraz
🌳 Caratteristica principale: faggeta densa e masso erratico

L’alpeggio di Quicò̠r è già menzionato in un documento del 1441 (nella forma Cucor) tra le proprietà degli alamanni che abitavano la zona alla destra orografica del torrente Chalamy. A valle dell’alpeggio troviamo Lo Pra Modzó̠n, mentre il torrente che scorre a ovest dei ruderi è lo Valè̱i di Tsœ̱que,

rispettivamente “il prato del manzo” e “il ruscello della capra (senza corna)”. Entrambi i toponimi rimandano alla principale attività umana che veniva svolta nell’area, la pastorizia, ed entrambi ci testimoniano un lessico francoprovenzale, diffuso nell’intera Valle d’Aosta (Dunoyer 1994/95). Nei pressi dell’alveo del torrente, si trova invece la Fonta̱na de Bolombre̱no, nel cui nome si giustappongono due parole dallo stesso significato, ma d’origine diversa: fontana, d’origine latina, e brunnen (“sorgente”), d’origine germanica (Binel 1982-1983).

4: Panaz

📍 Località: Champdepraz
🏞️ Caratteristica principale: alpeggio e zona umida con antichi laghi alpini

Dai prati di Pa̠na lo sguardo si infrange contro la muraglia rocciosa che chiude il vallone a ovest: da sud verso nord troviamo lo Mon Grimó̱n, la Pè̱rtse (“la pertica”) e lo Bèc de No̱u̠n-a. Quest’ultimo toponimo, che ritroviamo frequentemente in Valle d’Aosta (non da ultimo, una Becca di Nona svetta sul capoluogo regionale) è interessante perché, lungi dal ricordare una nonna beneamata,

rimanda all’abitudine diffusa nelle Alpi di osservare il periplo del sole sulle cime per determinare l’ora. Letteralmente lo bec de No̠na significa infatti “picco di mezzogiorno”: «in origine l’ora nona corrispondeva alle 15.00, ma nel latino ecclesiastico passò ad indicare l’ora sesta e quindi il meriggio. Bonin ci informa a questo proposito che nona erano gli uffizi che un tempo i sacerdoti recitavano a mezzogiorno (la quinta delle ore canoniche)» (Favre 1998: 139). 

5: Aveuil

📍 Località: Issogne
🏡 Caratteristica principale: antico alpeggio

Ai due lati del pascolo dominato da una costruzione d’alpeggio in rovina si notano delle zone umide. Nella toponomastica locale il luogo si chiama lo Mardza̠h, che significa appunto “zona umida”, dove cresce la lehca (lo stesso “carice” che abbiamo già trovato a Panaz). Se si guarda verso lo Bé̱c Guiavé̱n si nota un ripido pendio, in cui si intervallano macereti, prati

scoscesi e rari alberi: si chiama le Pè̱hhe (“i pecci”, poiché vi crescono abeti rossi), e lì, come in gran parte del territorio attorno all’Avœ̠i, un tempo si pascolavano le capre e si raccoglieva l’erba “olina”. Questa è una festuca, che forma dei ciuffi di erba dura, pungente e scivolosa: veniva raccolta sui terreni demaniali o consortili (anche a quote elevate) con l’uso di un apposito falcetto, che si otteneva privando una vecchia lama di falce della punta, e fissandovi sopra un manico; per tagliare l’erba olina, era necessario afferrarla con una mano e con l’altra usare il falcetto come una sega. Dopo averla tagliata, l’olina si raccoglieva in grandi lenzuoli, che una volta chiusi pesavano anche più di 50 chili. Questi venivano caricati a spalle e stabilizzati grazie a un incavo per la testa: le mani dovevano infatti essere saldamente ancorate al bastone con la punta ferrata necessario a mantenere l’equilibrio lungo i pendii più scoscesi (Chenal 1990).

6: Visey

📍 Località: Issogne
🏡 Caratteristica principale: Borgata alpina

Arrivando a Vizè̠i dall’alto, si nota subito un grande prato sul quale troneggia una fontana ricavata in un tronco di larice: è lo Prô dou Bœ̱i, “il prato della fontana”, appunto. Le borgate di Vizè̠i (Damò̠n e Dizò̱t, “di sopra e di sotto”) erano un tempo abitate lungo tutto il corso dell’anno: alla fine dell’Ottocento si rese necessaria l’istituzione di una scuola nella frazione delle Co̠u̠he, affidata dall’amministrazione

comunale a persone istruite del paese (anche prive del titolo di abilitazione all’insegnamento). Seppur frequentata da meno di quindici bambini, la scuola di Visey sopravvisse alla riforma Gentile del 1923, grazie all’impegno del consiglio comunale, e chiuse solo nel secondo dopoguerra. 

7: Brignet

📍 Località: Issogne
🏡 Caratteristica principale: alpeggio su un ripiano naturale

Lo Brignè̠t è un alpeggio posto su un ripiano naturale, composto da due gruppi di costruzioni, lo Damò̠n Mi̠te (“casa di sopra”) e lo Dizò̠t Mi̠te (“casa di sotto”). Si possono ancora notare alcune vestigia di antichi terrazzamenti, che mitigano la pendenza del pendio: fino alla fine degli anni ’20 del secolo scorso, qui si coltivavano orzo e segale; in seguito, sono ancora state piantate delle patate.

La famiglia dei proprietari ha sfruttato l’alpeggio per la monticazione di bovini (6-7 capi) e caprini (15-20 capi) fino al 1949; nei decenni successivi, i prati erano ancora impiegati per la fienagione, e il raccolto veniva trasferito a valle con l’aiuto di una teleferica a tre tronconi. 

L’alpeggio, pur potendo contare su tre sorgenti che sgorgano nei pressi delle costruzioni, ha spesso sofferto per la mancanza d’acqua: a monte delle case era stato costruito un grande bacino in pietra, nel quale l’acqua piovana veniva raccolta attraverso un sistema di grondaie e canali. Quando veniva a mancare l’acqua per abbeverare gli animali, ci si trasferiva all’alpeggio di Souca̠rbe. Oggi, l’alpeggio di Le Brignet è abbandonato, e la zona si sta rimboschendo: si notano tra l’altro alcuni pini cembri, che è possibile distinguere facilmente dai pini silvestri e da quelli uncinati perché gli aghi sono raccolti a ciuffi di cinque (e non di due). 

8: Chantery

📍 Località: Issogne
🏡 Caratteristica principale: alpeggio con ampio panorama

Bell’alpeggio, tutt’ora sfruttato, dal quale si gode di un ampio panorama da Montjovet a Verrès. A valle degli edifici si trova lo Verzi̠ (“l’orto”), mentre il terreno a monte è denominato lo Brœja̱, letteralmente “il bruciato”. Gli informatori dell’inchiesta toponomastica svolta nel comune di Issogne

affermano che all’origine di questo nome ci sarebbe la presenza, nella zona, di piahe tsarbounire, “ripiani sui quali si costruivano le carbonaie”; tuttavia, denominazioni di questo tipo sono frequenti nelle Alpi Occidentali, e indicano in genere i terreni liberati dal bosco tramite la pratica dell’incendio controllato.

Approfondimenti
Le lingue della bassa valle

La bassa valle d’Aosta è particolarmente ricca di lingue: alla presenza nel repertorio di italiano, francese e francoprovenzale, caratteristica di tutta la Valle, aggiunge infatti quella del piemontese e quella del walser. 

L’italiano è diventato lingua ufficiale della Valle d’Aosta soltanto a partire dall’Unità d’Italia; nei secoli precedenti -sin dall’abbandono del latino- era stato il francese a svolgere la funzione di lingua dell’amministrazione pubblica, della religione, della cultura. 

Tra le lingue non ufficiali la più diffusa è il francoprovenzale: si tratta di un insieme di parlate distribuite in un’area che comprende la Svizzera Romanda, alcune regioni orientali della Francia (come la Savoia e il Lionese), le vallate settentrionali del Piemonte Occidentale e la Valle d’Aosta. Le varietà della Bassa Valle conservano alcuni tratti particolarmente arcaici: la Conca di Aosta era infatti più esposta al contatto con le parlate innovative d’Oltralpe. Cionondimeno, in alcuni centri della Bassa Valle (come Pont-Saint-Martin e Verrès), il piemontese, penetrato per il contatto con Ivrea e con il Canavese, ma anche con i commercianti e con la burocrazia torinese, ha soppiantato il patois francoprovenzale, e risulta essere il dialetto più conosciuto. Il walser, invece, è ormai parlato soltanto da poche persone, in alcuni comuni della Valle del Lys (Issime, Gressoney-Saint-Jean e Gressoney-La-Trinité): si tratta di una lingua di origine germanica, penetrata a sud delle Alpi in seguito alla migrazione medievale di popolazioni provenienti dal Vallese svizzero (Favre 2002). 

I nomi dei luoghi, che spesso sopravvivono alle popolazioni che li hanno coniati, testimoniano bene la storia linguistica della Regione: nell’itinerario qui proposto, in mezzo a una toponimia francoprovenzale, si incontrano infatti nomi che attestano l’antica presenza walser nel territorio all’inverso del torrente Chalamy.

Champdepraz e Issogne (Tsan de Pra e Issouègne)

Champdepraz (letteralmente “campo dei prati”) è situato alla destra orografica della Dora, e comprende il vallone del torrente Chalamy (lungo il quale sorgevano molti centri abitati nel recente passato) e alcune frazioni di fondavalle (il capoluogo e Viéring, di antico insediamento, e la più recente La Fabrique-Les Sales). La sua popolazione, se è rimasta piuttosto stabile dal Settecento ai giorni nostri (attorno ai 700 abitanti) si è infatti progressivamente spostata verso il fondovalle, con l’abbandono delle attività agricole, minerarie (ferro e rame) e della silvicoltura per le attività industriali (soprattutto a Verrès) ed edilizie. Recentemente, l’istituzione del Parco del Mont Avic ha offerto una possibilità di sviluppo turistico delle frazioni alte, già abbandonate. 

Issogne (la cui etimologia va ricercata in un antroponimo di epoca latina) deve la sua notorietà soprattutto al suo magnifico castello, ricostruito nel XIV secolo dai Signori di Challant sulla struttura di una antica torre di proprietà del Vescovo di Aosta, che a sua volta sorgeva sulle rovine di una villa romana. Il castello si trova nel territorio del capoluogo, sito sulla riva destra della Dora, su una piana alluvionale; poco più a monte, vi è il territorio della Riviera, un tempo parte del comune di Verrès, il cui dialetto conserva alcune particolarità rispetto a quello parlato nelle altre frazioni di Issogne. Il comune comprende anche un’ampia porzione di versante, oggi occupata da boschi e alpeggi, un tempo ampiamente sfruttata per il pascolo e per la raccolta del fieno selvatico. La popolazione del comune è lentamente cresciuta negli ultimi secoli, con l’apertura di importanti industrie nel fondovalle e con lo sfruttamento delle cave di marmo, nonostante i molti decessi provocati da guerre e epidemie (si ricorda in particolare il colera del 1867, quando il Castello fu trasformato in un lazzaretto per accogliere le centinaia di persone contagiate).

Bibliografia

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Aa Vv (1997). Issogne. Concours de Patois «Abbé J.-B. Cerlogne». Issogne: Tipografia Parrocchiale.

Bertolin, Roberto (2017). «Peste, alamanni e rascard nella signoria di Arnad: un collegamento possibile?». Augusta 49: 35–38.

Binel, Luciana (1982–1983). Ricerche di antroponimia valdostana: nomi di persone e di famiglie di Monjovet e Champdepraz nel sec. XV. Tesi di laurea inedita: Università degli Studi di Torino.

Bonin, Louis (1928). Vallée de Challand: Brusson, guide et folklore. Mondovì: Tipografia Commerciale.

Borettaz, Omar e Sandra Cout (1990). Issouegne. Histoire, lieux, personnages du Vieil Issogne. Issogne: Imprimerie Paroissiale.

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Dunoyer, Christiane (1994–1995). Les dénominations animales en francoprovençal valdôtain. Étude phonétique et lexicologique. Tesi di laurea inedita: Université de Savoie – Università degli Studi di Torino.

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Mazollier, Rollande (1998). «Écologie et “carbunin”». Lo Flambò 168: 79–88.

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Thuminger, Giovanni (1989). «Quelques documents sur Gettaz des Allemands». Augusta printemps 1989: 33–47.

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